CAPITOLO TREDICESIMO
I
l compleanno di nonna DittaNonna Giuditta era una persona unica al mondo. Fra di noi
si era creato un rapporto speciale, fin dai primi momenti di
vita e io avevo in lei la massima fiducia in tutto. La sua faccia
angelica, anche burbera se necessario con le figlie ma non con
me, mi dava una sicurezza ineguagliabile. Ho passato accanto
a lei quasi diciotto anni ed è venuta a mancare proprio nel
momento in cui avevo più bisogno di lei.
La sora Ditta, come ormai tutti la chiamavano, non era pettegola,
tanto meno chiacchierona, anzi era apprezzata per il
suo sapersi comportare sempre nel modo giusto in ogni occasione.
Persona onesta, gran donna, di una forza particolare,sora Ditta. In questa stanza ci potevamo affacciare alla fine
che dava su un grande terrazzo facendo attenzione alla
gabbia dove abitava il Verdello, l’uccellino della nonna.
Al centro,c’era un enorme focolare, il largo acquaio in granito,
ed era lì che nonna creava le sue meraviglie e lì ci riunivamo
per le prime “ricordanze” dopo la mia nascita. Dalle
strafinestre “sentivamo” la corsa del Palio, il boato dopo la mossa
valida e le prime persone che uscivano da Piazza... Lì si ascoltavanoi vecchi settantotto giri di zia Dedi, lì si festeggiarono
le nozze degli zii...nalmenteMi ricordo la nonna e io, sedute accanto quando mi insegnava
a tenere i ferri da calza sotto al braccio o tagliava i pantaloncini
per le mie bambole in un solo colpo, sedute una di
fronte all’altra; quando mi improvvisavo manicure e le sistemavo
le unghie, le limettavo, le smaltavo e poi... si faceva fare
le treccine. I pochi capelli della nonna, grigi, appena azzurrati,
scorrevano tra le mie dita come una seta finissima e mi facevo
sentire ancora più vicina a lei. Quando apro l’armadio non
posso che avere un attimo di malinconia nel vedere i logori
petit-gris che la nonna portava a mo’ di sciarpa in inverno.
Sono logori ora, ma da loro non mi separerò mai perché ècome se lei fosse ancora con me...
Il compleanno nonna Ditta lo festeggiava volentieri con
tutta la famiglia e lo spostava di ventiquattro ore, per far comodo
a tutti noi, al giorno di San Giuseppe, al tempo festivo.
Allora il babbo e lo zio Mario andavano a prendere le frittelle
in Piazza direttamente con una capace insalatiera. La nonna
intanto aveva preparato un pranzo fantastico, quello delle
grandi occasioni e zia Dedi non perdeva tempo per far girare
nello spiedo, su brace ardente, uno dei polletti allevati perso
in soffitta.
era sobbarcata l’onere della famiglia, rimasta vedova giovane,
lavorando di sarta e di occhiellaia. Lei e io vivevamo in
simbiosi e da lei ho imparato a cucire, a lavorare ai ferri e a
preparare dei manicaretti stupendi. I ricordi più belli che ho
della nonna sono quelli della casa nel vicolo della Regina, oggi
vicolo Rinuccini che collega il “Corso” a Calzoleria. Quella
era la casa dei mie sogni, quella che mi infondeva tanta gioia,
mai tetra, mai triste, sempre ridente, piena di sole e affacciata
in pieno centro
La casa della nonna aveva il pavimento ad ambrogette (mattonelle),
un bagno che bagno non era e la cucina, il regno della